Nel Paese persiste la politica degli egoismi e delle ideologie, si è in presenza di politica tossica per le libertà e per la democrazia, capace di generare danno esistenziale nei cittadini esposti. Da qui la necessità di un progetto di politica alternativa per la tutela del benessere comune.

 

Franca D'Amico Sinatti - Il Giornale
RA N.36/180613

«E' nei primi accordi che le città libere fecero fra di loro nella lotta contro la feudalità che l'esercizio della giustizia viene prepotentemente richiesto al Barbarossa. Che l'Italia sia stata il centro dal quale ha preso inizio una nuova forma di piccolo Stato autonomo è noto. Pochi sanno che i primi accordi con i potenti che avevano abusato dei poteri si chiamavano "cartule libertatis".

Forse anche oggi avremmo bisogno di riscrivere con estrema semplicità nuovi accordi fra cittadini liberi e il potere sovrastante.
Fra questi accordi al centro della tutela della libertà è posto il fare giustizia entro l'ordinamento. Le città possono svolgere l'attività giudiziaria: il giudice è punto di riferimento della vita comunale, anche se non è un giurista. La sua legittimazione è data da tutta la città, in un'assemblea generale. Il giudice deve giurare di osservare le leggi locali, che spesso sono consuetudini scritte per una maggiore certezza.
La società è in crescita e non tutto è contemplato nelle leggi della città: la giustizia ha però bisogno di un riferimento costante per colmare le eventuali lacune. Il problema è risolto con il ricorso al valore dei principi generali del diritto più forte del mondo, il diritto romano. Una specie di patrimonio normativo, legato al diritto naturale. Ebbene questo diritto "comune" ha avuto vigore in tutta l'Europa, è stato applicato in Spagna come nell'attuale Portogallo, in Francia come in Germania, e anche in alcune delle terre oggi sconvolte dalla guerra. E ciò fino all'epoca del Codice napoleonico: siamo stati un'Europa della civiltà del diritto, e poi, oggi, siamo un Europa dell'economia.

Ma come giudicava il magistrato della città? Era una figura primaria, circondato dal rispetto, però i mali dell'uomo vanno rimossi con la prevenzione. S'inventò un paio d'istituti che oggi porebbero incuriosirci: il giudice all'uscita del suo mandato che durava soltanto sei mesi non doveva allontanarsi dalla città in attesa del "sindacato". Il giudice doveva attendere che un qualsiasi cittadino potesse denunciarlo per non aver fatto il suo dovere. Se, per esempio, aveva ritardato a emettere la sentenza entro i termini fissati dalla legge - quasi sempre cioè entro un mese - il giudice veniva condannato alle spese e i sindaci potevano annullare la decisione. Nel settore penale, se la pena inflitta era sbagliata toccava al giudice scontarla, soprattutto se l'errore era dovuto a malanimo verso il reo. Questo procedimento si chiamava "retorcutio", ritorsione, e si sono avuti molti casi.

Spesso i giovani studenti di giurisprudenza chiedono le differenze fra il passato e l'oggi: possiamo far leggere i risultati di un referendum del 1987, accolto con l'80% dei voti, in cui fu proprio chiesto di approvare la responsabilità del giudice non soltanto per errore voluto (dolo), ma anche per omissione o ritardo; nell'aprile dell'anno successivo al referendum fu fatta una legge di attuazione parziale, intendiamo dire che fu "parziale" la legge.
Eppure la giustizia per essere tale ha bisogno di "collaborazione" fra cittadini e Stato, come allora, quando anche un piccolo artigiano, non parte del processo, poteva andare a chiedere al giudice-sindaco di rivedere l'operato di qualche giudice poco affidabile. Tanto tempo fa in Europa: in Italia troppo tempo fa»

ISTAT - RAPPORTO ANNUALE 2013
Giuseppe Maria Ianniello
RA N.35/270413

 

IL QUADRO MACROECONOMICO E SOCIALE DEL PAESE

 

«L’occupazione ha risentito del peggioramento dell’economia soprattutto nella parte finale dell’anno e nei primi mesi del 2013. Ad un calo degli occupati relativamente contenuto rispetto all’andamento dell’attività economica, è però corrisposta una riduzione più decisa delle ore di lavoro, in conseguenza dell’incremento della quota di occupati a tempo parziale e di un consistente ricorso alla cassa integrazione guadagni. La flessione degli occupati si è concentrata, ancora una volta, tra i più giovani di entrambi i sessi. Il tasso di disoccupazione, al 9,6% a gennaio 2012, ha toccato l’11,5% a marzo di quest’anno, anche in ragione della consistente riduzione dell’inattività. Cresce ancora e in misura significativa, del 6%, il tasso di disoccupazione giovanile. Un altro segnale di criticità viene dal tasso di disoccupazione di lunga durata che sale di 1,2 punti.

 

La significativa diminuzione del reddito disponibile delle famiglie si è riflessa in un forte calo della spesa per consumi - molto superiore a quella della crisi del 2008/2009 - e in un’ulteriore diminuzione della propensione al risparmio, che raggiunge il suo minimo storico. Quest’ultima, un tempo punto di forza del sistema italiano, pur risultando ancora superiore a quella misurata in Spagna, si è attestata su livelli sensibilmente inferiori rispetto a quella delle famiglie tedesche e francesi, avvicinandosi addirittura a quella del Regno Unito, tradizionalmente la più bassa d’Europa. Alle sopravvenute difficoltà economiche le famiglie hanno risposto riducendo la quantità o qualità dei prodotti acquistati, preferendo centri di distribuzione a più basso costo. L’incremento di incidenza di questi comportamenti di consumo è stato sensibile, in modo particolare al Nord, anche se è il Mezzogiorno l’area più interessata dal fenomeno. Anche gli indicatori di disagio economico hanno segnato un ulteriore peggioramento e la deprivazione materiale delle famiglie, compresa quella grave, ha cominciato a interessare anche nuove fasce della popolazione.

 

La caduta della domanda interna non è da imputare solo ai consumi ma si è estesa anche alla componente degli investimenti, che hanno risentito delle difficili condizioni di finanziamento. Dalle valutazioni delle imprese, emerge a partire dalla fine del 2011 un generale e persistente inasprimento delle condizioni di accesso al credito, con un ritorno su livelli assimilabili a quelli del 2008 ed una durata di tali fenomeni molto più estesa. Per i casi di razionamento le difficoltà sono state maggiori per le piccole imprese durante tutto il 2012 e anche nei primi mesi del 2013 il divario dimensionale non appare ridursi. La recessione dell’ultimo anno e mezzo ha coinvolto tutti i principali settori produttivi, provocando una profonda e generalizzata caduta del valore aggiunto. Colpite in modo particolare le costruzioni, seguite dall’agricoltura e dall’industria. Anche sul settore terziario ha pesato l’intonazione negativa della domanda, seppure con un impatto inferiore a quello osservato per il settore manifatturiero.

Le condizioni negative del ciclo si sono trasferite sui parametri di finanza pubblica, nonostante l’azione di risanamento operata sui conti pubblici.  L'indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil è sceso al 3%, grazie a un consistente avanzo primario; stante la debolezza dell’economia, l’incidenza del debito sul Pil è comunque aumentata, arrivando al 127%».

 

UNA AUSTERITY LUNGA ALTRI 80 ANNI - In quattro anni il numero degli occupati in Italia si è ridotto di 500 mila unità. Più della metà dei nuovi disoccupati del 2012 ha tra i 30 e i 49 anni; un disoccupato su due lo è da almeno un anno. L’incidenza di occupazioni “atipiche”, aumentata incessantemente, è cresciuta tra il 2008 e il 2012 dell’8% tra i diplomati e di poco meno del 4,5% tra i laureati. La percentuale di giovani ‘’sovraistruiti’’- con un livello di istruzione più elevato di quello necessario per quanto richiede il lavoro - è aumentata tra i diplomati al 58,4%.
Aumenta la deprivazione e il disagio delle famiglie. Le tasse imposte negli ultimi anni hanno inciso notevolmente sulla spesa degli italiani. L’aumento delle accise sulla benzina hanno avuto un impatto superiore a quello dell’aumento dell’aliquota ordinaria IVA. Gli investimenti sono al minimo e ancora in flessione. A causa del credit-crunch, è aumentata notevolmente la quota delle imprese che si vedono negato un prestito.

 

Riduzione del potere d’acquisto, disoccupazione, difficoltà di accesso al credito e inasprimento della tassazione immobiliare hanno fatto crollare interi settori dell’economia italiana. Anche ipotizzando di mantenere un avanzo primario elevato, l'Istat dimostra, tramite simulazioni, come un’economia con caratteristiche simili a quella italiana, cioé con un rapporto Debito/PIL vicino al 130% (costo medio del debito vicino al 4% e modesto tasso di crescita del PIL), impiegherà circa 80 anni per raggiungere la soglia del 60% prevista dal fiscal-compact.

Comunicato di Beppe Grillo
RA N.34/250413

«Oggi, 25 aprile, si celebra l'anniversario della Liberazione. Nel 1945 tornavamo liberi con le armi in pugno, così pensavano i nostri nonni e i nostri padri che combatterono e persero la vita. Volevano un'Italia libera, unita e democratica. Speravano per i loro figli possibilità inimmaginabili. Mentre morivano, sognavano un futuro migliore. La vita valeva poco e però non aveva prezzo.



Oggi, 25 aprile, se i partigiani potessero levarsi dalle tombe resterebbero sgomenti per lo scempio che si troverebbero davanti. Vedrebbero un'Italia senza sovranità economica, appaltata alla BCE e alle agenzie di rating. Un Paese senza sovranità territoriale, occupato dalle forze americane da 67 anni, con basi e testate nucleari disseminate nella Penisola, da Napoli, a Ghedi Torre, ad Aviano e con la costruzione della più estesa area militare europea a Vicenza con il concorso beffardo delle cooperative rosse. Vedrebbero in Parlamento senatori e deputati collusi con la mafia, con la camorra, con la 'ndrangheta. Un Paese senza sovranità popolare, con l'elezione a tavolino dei parlamentari da parte di pochi segretari di partito. Un Parlamento immorale, peggio di quello fascista che almeno non si nascondeva dietro alla parola democrazia. Un Paese senza industrie, senza le grandi fabbriche, le stupefacenti idee che trovarono sostanza nel dopoguerra grazie a uomini come Mattei e Olivetti, il primo morto ammazzato, il secondo emarginato dal Potere. Un Paese senza informazione, ormai lurida appendice dei partiti, strumento di propaganda che ha superato persino il "Ministero della Cultura popolare" fascista. Un Paese "senza", nel quale chiunque porti un'idea di rinnovamento è un pericolo, un fastidio intollerabile da eliminare per il Sistema, come Falcone, Ambrosoli, Borsellino, Moro e mille altri caduti nella Guerra civile che è ancora in corso.

Oggi, 25 aprile 2012, il corteo delle salme ha onorato la Resistenza. L'immagine cadente di Fini, Monti, Napolitano e Schifani rappresenta l'Italia. I vecchi occhi dei partigiani guarderebbero smarriti un deserto. Forse si metterebbero a piangere. Forse riprenderebbero in mano la mitraglia».

DA PADANIAONLINE - 01/10/2006
RA N.33/190413

Rivendicare con insolenza e orgoglio la propria storia professionale e, in particolare, la responsabilità delle disastrose privatizzazioni che hanno impoverito il Paese negli anni Novanta, dimostra quanto abbiamo già avuto modo di scrivere su Romano Prodi: è un uomo abile e fortunato. Calca la scena politica italiana da quasi trent’anni, si propone alla Seconda - e magari alla Terza - Repubblica, quando è figlio prediletto della degenerazione della Prima. Deve questa straordinaria resistenza, oltre alla buona stella che lo assiste, anche alla tenacia fuori dal comune, alla determinazione e alle ambizioni senza pari, oltre che un gran tempismo e soprattutto un discreto opportunismo.

IL PROFESSORE CHE HA SVENDUTO IL PATRIMONIO DEL PAESE

FACENDO FELICI I POTERI FORTI

Il suo cursus honorum è costellato di incarichi prestigiosi assolti mediocremente. Pessima la sua prima gestione del carrozzone Iri, disastrosa (seppur breve) la seconda, come inquilino di Palazzo Chigi è stato cacciato dalla stessa parte politica che là lo aveva mandato, da presidente della Commissione Ue si è attirato critiche unanimi della stampa internazionale... Eppure, sarà per quell’aria apparentemente inoffensiva e bonaria, da curato di campagna, che spinge i suoi avversari a sottovalutarlo (Massimo Giannini ha recentemente ironizzato: «I suoi artigli grondano bontà»). E' sempre riuscito a risorgere dai propri fallimenti. Meglio: è riuscito spesso a far passare l’idea che venisse “epurato” per la propria ostinazione a difendere gli interessi generali invece che quelli dei soliti noti, proprio lui che ha sempre flirtato coi poteri forti e con le aree politiche legate a questi ultimi. Così, da ogni flop ha preso nuovo slancio, potendo contare sulle amicizie giuste, su un “ombrello” di potentati che l’hanno protetto, essendone lui fedele reggicoda. All’inizio fu la compatta falange della sinistra Dc, che poi risulterà non a caso l’unica componente dell’ex Balena Bianca a salvare le penne nella bufera giudiziaria di Tangentopoli. Poi, subito dopo, certi poteri italiani legati agli ambienti cattolici (Nanni Bazoli) e laici (Carlo De Benedetti ma anche Gianni Agnelli) del centrosinistra, con i conseguenti addentellati nel mondo dei mass media (garanzia di un appoggio propagandistico davvero indispensabile per un personaggio sostanzialmente inascoltabile come è lui). Infine, l'ombra lunga di Goldman Sachs.

È, questo, un capitolo piuttosto oscuro della nostra storia. Attraverso le privatizzazioni furono smantellati settori trainanti dell'economia italiana: quello agro-alimentare già dell’Iri (acquisito da gruppi inglesi, olandesi ed americani), il Nuovo Pignone dell’Eni, la siderurgia di Stato, l’Italtel, l’Imi. Sono state inoltre privatizzate Telecom (con le conseguenze che purtroppo stiamo osservando proprio in questi giorni) e in parte anche Enel ed Eni, già enti di Stato che potrebbero presto finire nelle mani delle solite multinazionali estere. Iniziatore e protagonista - pure reo confesso - di questo processo fu Prodi, prima come presidente dell’Iri, specie durante il suo secondo mandato (1993-94), poi come presidente del Consiglio (1996-99).

Ovviamente, una operazione così complessa non nasce né viene portata avanti da un uomo solo, perlopiù impacciato come è il professore bolognese. Serve un forte gruppo di potere. Ve ne sono alcuni, internazionali, particolarmente potenti: Bilderberg, Rothschild, Goldman Sachs... Prendiamo allora quest’ultimo, una cosiddetta merchant bank (banca d’affari) già presente al famoso summit del Britannia, dove si decise lo smantellamento dello Stato-imprenditore italiano; ha poi ricoperto un ruolo essenziale nel processo di privatizzazione delle partecipazioni statali, favorendo l’intervento delle grandi multinazionali sue clienti privilegiate e potendo contare per questo sull’amicizia di importanti uomini di potere nostrani, come Mario Draghi, che è stato fino all’altro ieri vicepresidente Goldman per l'Europa, e poi proprio il Romano Prodi, a più riprese consulente di livello della banca e per questo assai ben remunerato (3,1 miliardi di lire di compensi, come scrissero il Daily Telegraph e l'Economist).
Draghi, oltre che direttore generale del Tesoro tra il '96 e il 2003, presiedette nel '93 il Comitato per le privatizzazioni; nello stesso periodo Goldman Sachs, tramite il fondo Whitehall, acquisì nel 2000 l'ingente patrimonio immobiliare dell'Eni di San Donato Milanese, oltre agli immobili della Fondazione Carialo e, assieme alla Morgan Stanley, quelli della Unim, Ras e Toro. Prodi era presidente dell’Iri quando decise la privatizzazione della Credito Italiano proprio tramite la Goldman Sachs, che fissò il valore delle azioni a 2.075 lire, meno di quello di Borsa (che era a quota 2.230). Ma dobbiamo all’attuale premier anche la perdita di molti dei marchi storici del nostro comparto agroalimentare, ovviamente finiti (male) in mano straniera. Prodi concluse la cessione dell'Italgel (900 miliardi di fatturato) alla Nestlé per 703, così come l’assai discussa vendita della Cirio-Bertolli-De Rica (fatturato 110 miliardi, valutata 1.350), ad una fantomatica finanziaria lucana (Fisvi) al prezzo di 310 miliardi, che ne garantì il pagamento con la futura alienazione di parte del gruppo stesso alla multinazionale Unilever (ne abbiamo già parlato ieri a proposito del caso Sme).

Il marchio di Goldman Sachs ritorna prepotentemente alla ribalta ora, perché “suo” uomo è il sottosegretario all’Economia Massimo Tononi, che ha lasciato Londra dopo aver finanziato la campagna elettore del Professore con 100 mila euro, per occuparsi della presenza del Tesoro in società, come Eni ed Enel, oggetto del desiderio della merchant bank. Così come uomo Goldman è quel Claudio Costamagna, giovane banchiere dalla carriera folgorante, consulente di Rupert Murdoch nell’affare Telecom, il cui nome era circolato come possibile nuovo presidente della Cassa depositi e prestiti che avrebbe dovuto rilevare la rete fissa della nostra maggiore compagnia telefonica, in base al piano elaborato (artigianalmente? Vien davvero da dubitarne) dal fidato braccio destro di Prodi, il dimissionato Angelo Rovati. Tononi e Costamagna hanno lavorato per anni nello stesso team della Goldman Sachs, ça va sans dire. Insomma, l’intreccio è perlomeno curioso, nonché appassionante.

Ma proseguiamo e, per non sembrare cultori di spy story, buttiamoci nella concretezza dei numeri. Quello della Sme a De Benedetti non è l’unica cessione sballata che Prodi avrebbe voluto effettuare, a prezzi poi rivelatisi impropri. Pare essere proprio un vizietto del professore, sempre così generoso coi poteri che contano (passateci la malizia). Pensiamo alla Stet, ricca e potente finanziaria delle telecomunicazioni, che controllava Sip, ma anche Italtel e Sirti: nell’ottobre 1988 Iri vendette a Stet il 26% del pacchetto azionario Italtel per 440 miliardi, quando in base a un piano elaborato due anni prima da Prodi e Fiat ne avrebbe ricavati solo 210. O ancora, alla vicenda del Banco di Santo Spirito, acquistata dalla Cassa di risparmio di Roma diretta dal demitiano Pellegrino Capaldo: il progetto iniziale - appoggiato dall’attuale premier - prevedeva introiti per l’Iri tra i 350 e i 500 miliardi, mentre quello finale, profondamente trasformato, toccò quota 794 miliardi. Abbiamo già accennato alle cifre improprie della privatizzazione Credit, durante il “Prodi II” all’Iri. E forse varrebbe anche la pena di rievocare altre storiacce, come quella della sciagurata gestione del buco Finsider o dei fondi neri Italstat.

Ma vorremmo chiudere invece con l’episodio della vendita Alfa Romeo alla Fiat. Prodi, allora presidente Iri cui apparteneva il marchio del Biscione attraverso Finmeccanica, in tempi recenti ha sostenuto: «Volevo vendere l’Alfa alla Ford, fecero di tutto per impedirmelo e ci riuscirono». È stato subito smentito da Fabiano Fabiani, ex ad di Finmeccanica e all’epoca dei fatti a capo della delegazione che trattava per conto dell’azionista pubblico la cessione della casa automobilistica di Arese: «Non ho percepito un’opposizione di Prodi all’acquisizione dell’Alfa Romeo da parte della Fiat». Le cose andarono così. L’Alfa perdeva centinaia di miliardi l’anno eppure la Ford, probabilmente ritenendo che si potesse usare un nome di grande tradizione e una casa con clienti affezionatissimi per sbarcare in Europa, avanzò un’offerta assai generosa: ben 3.300 miliardi (secondo alcune fonti 4.000) per acquisire gradualmente il pieno controllo entro otto anni, piano di investimento di 4.000 miliardi per il quadriennio successivo all’acquisto, ottime garanzie per coloro che risultavano impiegati nel carrozzone. L’offerta venne formalizzata il 30 settembre del 1986 e restava valida fino al 7 novembre dello stesso anno. Tutti d’accordo? Non proprio. Prodi informò subito Cesare Romiti: nulla di male, poteva essere un tentativo per ottenere un rilancio Fiat, che puntualmente arrivò il 24 ottobre. Ma era assai deludente: prevedeva un prezzo di acquisto di 1.050 miliardi, in cinque rate senza interessi, prima rata nel 1993 (alla fine Fiat sborsò in realtà tra i 300 e i 400 miliardi), poi 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività. Bene : il 6 novembre l’Iri di Prodi cedette l’Alfa alla famiglia Agnelli, quella che dieci anni più tardi, con Mortadella al governo, sarebbe stata tenuta artificialmente a galla con gli ecoincentivi per l’auto.