Nel Paese persiste la politica degli egoismi e delle ideologie, si è in presenza di politica tossica per le libertà e per la democrazia, capace di generare danno esistenziale nei cittadini esposti. Da qui la necessità di un progetto di politica alternativa per la tutela del benessere comune.

 

A. Mantero - Commenti del blog
RA N.48/260813

Ma di cosa blaterate; perché non siete scesi in piazza con i forconi quando nel 2002 Prodi & Co (Aspen, Bilderberg e Trilaterale - Altro che mafia) vi ha tagliato stipendi, pensioni e cedole del 50%. Berlusconi non ha controllato i bottegai e allora? A maggior ragione avreste dovuto fare la rivoluzione per le strade.

Nel 1994 siete scesi in piazza in 3 milioni contro la riforma delle pensioni di Berlusconi e poi nel 2012 avete accettato la riforma Fornero, capite - la Riforma con gli esodati incorporati; quella del ‘94 era una carezza! La Fornero, la donna dei Fondi pensione, quella che nel 2000 al convegno a porte chiuse delle elites finanziario-assicurativi, disse “… per effetto del passaggio dal retributivo al contributivo, il valore della previdenza sociale per le diverse classi di età è destinato a diminuire in maniera sensibile nel corso dei prossimi decenni”.
Ma non vi basta? Volete essere ridotti tutti a frugare nei cassonetti dell’immondizia per capire che l’euro è stato ed è il più grosso inganno materiale, civile, sociale e morale, voluto dalle élites neoclassiche, neomercantili e neoliberiste per tornare indietro di 3 secoli; perché hanno capito che il benessere per i tutti 7 miliardi di abitanti di questa terra, che saranno 10 miliardi fra poco, avrebbe enormemente ridotto il loro multimiliardario benessere?
E ve la prendete con Berlusconi, quello che 1998 assieme a Tremonti era contrario a che l’Italia entrasse subito in Europa alle condizioni fatte su misura per favorire la Germania; quello che propose sì di entrare, ma in un secondo tempo in modo da rendere meno traumatico il rispetto di parametri che oggi nessuno in Europa è in grado di rispettare.

Nel 2002 l’Italia era al primo posto per “produzione industriale” e la Germania all’ultimo. Oggi Italia ultima e Germania prima, la propensione al risparmio era del 25%, oggi è crollata all’8%. Per capire che è la Germania il paese che ci ha guadagnato veramente con l’euro basta leggersi la serie numerica dell’andamento della bilancia dei pagamenti italiana e tedesca dal 1992 al 2012.
La serie dice: 1992 It. +22,3 / D -34,1; 1993 It. +11,9 / D -19,0; 1994 It. +13,9 / D -30,5; 1995 It. +23,1 / D -29,5; 1996 It. +40,1 / D -14,0; 1997 It. +33,7 / D -20,0; 1998 It. +10,2 / D -16,3; 1999 It. +8,2 D -26,8 ; 2000 It. + 5,8 D -32,5; 2002/Euro It. -9,4 / D + 40,5; 2003 It. -19,6 / D +46,2; 2004 It. -16,2 / D +127,8; 2005 It. -29,4 / D +142,8; 2006 It. -48,1 / D +188,4; 2007 It. -51,6 / D +253,7; 2008 It. -73,8 / D +245,7; 2009 It. -67,1 / D +163,2; 2010 It. -58,2 / D +200,1; 2011 It. -150,0 / D +450,0; 2012 It. -280 / D +650.
Le cifre sono eloquenti, i numeri indicano miliardi di euro.

E vogliamo tornare a Berlusconi, quello che nel castello dei poteri forti sovrannazionali (Aspen, Bilderberg e Trilaterale) non ci è mai e poi mai entrato perché non ce l’hanno mai voluto, perché non ha i lombi aristocratici, altro che P2. Mentre ci stanno da sempre, per censo, Prodi, Draghi, Letta, Ambrosetti, Bonino, Giavazzi, Galateri, Monti, Profumo, Passera, Riotta, Spinelli, Romano, Padoa Schioppa, Tronchetti, Scaroni, Veltroni, oltre ovviamente ai fu Agnelli Giovanni e Umberto. Ma più di tutti Mario Monti, fanatico discepolo del libero-mercato anti Stato, il cui padre profeta risponde al nome di Friedrich August von Hayek, economista austriaco che per abolire ogni forma di spesa pubblica propose l’abolizione completa del monopolio statale sull’emissione di moneta, permettendolo solo alle banche private in libera competizione fra di loro, in pratica l’abolizione del Tesoro nazionale e del bilancio statale, cioè l’abolizione dello Stato.
Bene il fanatico discepolo Mario Monti ha ricevuto nel 2005 il premio della Friedrich August von Hayek Foundation con queste parole: “Onoriamo oggi un uomo che è stato fedele nelle parole e nei fatti ai principi del grande economista Friedrich August von Hayek”. Non risulta che Monti si sia alzato e abbia rifiutato gli onori proclamando inorridito “… ma io sono un uomo di stato”? Ma se von Hayek è un liberista e Monti uno dei suoi discepoli, com’è che un liberista in 16 mesi di governo ci ha massacrato di tasse? Con questi chiari di luna, si capisce meglio che tutto l’impianto dell’euro è la realizzazione del sogno di von Hayek. Che cosa è l’euro se non una moneta senza Stato, la BCE non la emette per le insindacabili esigenze degli Stati Euro, e gli Stati dell’Euro-zona non sono degli Stati senza moneta?
Oramai con l’euro siamo tornati, prima ai templari, poi ai banchieri genovesi e fiorentini che finanziavano le guerre e tenevano per le palle gli squattrinati sovrani europei.

Per delucidazioni sulla mafia, infine, rivolgersi in via “magistratura democratica”. Cosa fa la mafia se non costringere qualcuno a fare quello che lei gli chiede di fare sotto la minaccia della violenza fisica? E cosa fanno oggi certi magistrati con i politici che si oppongono al loro disegno politico, nato come documentato già negli anni 60, se non eliminarli in quanto avversari? Ne colpiscono uno per educarne cento!
Di certo se Berlusconi decade da senatore, con gli arresti cautelari, per le procure finisce un gioco sporco iniziato 20 anni fa e ne inizia un altro più facile! Bye, bye.

Gianguido Bazzoni - Capogruppo regionale PDL Emilia Romagna
RA N.47/030813

La Cassazione non ha avuto il coraggio di amministrare giustizia, ha deciso di convalidare l’ingiusto accanimento giudiziario nei confronti di Silvio Berlusconi.

Una sentenza che condanna il leader con maggiore consenso nella storia della Repubblica, l'uomo più perseguitato d'Italia dalla magistratura, una magistratura delegittimata dai suoi tanti errori, dai suoi molteplici privilegi, dai sui teoremi farneticanti e dall’asservimento a tesi politiche sconfitte dalla storia.

Ci vuole una riforma della Giustizia subito, che risolva il conflitto istituzionale che ha sfibrato il paese e ridia a ciascuno dei tre poteri dello Stato il loro ruolo impedendo quelle invasioni di campo del potere giudiziario che da Tangentopoli in poi hanno mandato in corto circuito le istituzioni.
In questa situazione la sinistra continua a vivacchiare incapace di smontare il teorema giudiziario che le è tornato tanto utile e che l’ha costantemente salvaguardata ma che oggi le impedisce di governare e di occuparsi dei veri problemi del paese.

Stefano Lorenzetto - ilGiornale.it
RA N.46/030813

Questo è l'articolo più difficile che mi sia capitato di scrivere in 40 anni di professione. Un amico magistrato, due avvocati, mia moglie e persino il giornalista Stefano Lorenzetto mi avevano caldamente dissuaso dal cimentarmi nell'impresa. Ma il cittadino italiano che, sia pure con crescente disagio, sopravvive in me, s'è ribellato: «Devi!».

Il presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito.

Il giudice che nei banchetti infangava Berlusconi, che m…agistrato!

DUNQUE ESEGUO PER SCRUPOLO DI COSCIENZA.
In una nota diramata dal Quirinale dopo la condanna definitiva inflitta a Silvio Berlusconi, il capo dello Stato ci ha spiegato che «la strada maestra da seguire» è «quella della fiducia e del rispetto verso la magistratura».
Ebbene, signor Presidente, qui devo dichiarare pubblicamente e motivatamente che fatico a nutrire questi due sentimenti - fiducia e rispetto - per uno dei giudici che hanno emesso il verdetto di terzo grado del processo Mediaset.
Non un giudice qualunque, bensì Antonio Esposito, il presidente della seconda sezione della Corte suprema di Cassazione che ha letto la sentenza a beneficio delle telecamere convenute da ogni dove in quello che vorrei ostinarmi a chiamare Palazzo di Giustizia di Roma, e non, come fa la maggioranza degli italiani, Palazzaccio.
Vado giù piatto: ritengo che il giudice Esposito fosse la persona meno adatta a presiedere quell'illustre consesso e a sanzionare in via definitiva l'ex premier. Ho infatti serie ragioni per sospettare che non fosse animato da equanimità e serenità nei confronti dell'imputato.
Di più: che nutrisse una forte antipatia per il medesimo, come del resto ipotizzato da vari giornali.
Di più ancora: che il giudice Esposito sia venuto meno in almeno due situazioni, di cui sono stato involontario spettatore, ai doveri di correttezza, imparzialità, riserbo e prudenza impostigli dall'alto ufficio che ricopre.

Vengo al sodo. 2 marzo 2009, consegna del premio Fair play a Verona. L'avvocato Natale Callipari, presidente del Lions club Gallieno che lo patrocina, m'invita in veste di moderatore-intervistatore. È un'incombenza che mi capita tutti gli anni. In passato hanno ricevuto il riconoscimento Giulio Andreotti, Ferruccio de Bortoli, Pietro Mennea, Gianni Letta. Nel 2009 la scelta della giuria era caduta su Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Cassazione. Nell'occasione l'ex giudice istruttore dei processi per l'assassinio di Aldo Moro e per l'attentato a Giovanni Paolo II giunse da Roma accompagnato da un carissimo amico: Antonio Esposito. Proprio lui, l'uomo del giorno. Col quale condivisi il compito di presentare un libro sul caso Moro, Doveva morire (Chiarelettere), che Imposimato aveva appena pubblicato.
Seguì un ricevimento all'hotel Due Torri. E qui accadde il fattaccio. Al tavolo d'onore ero seduto fra Imposimato ed Esposito. Presumo che quest'ultimo ignorasse per quale testata lavorassi, giacché nel bel mezzo del banchetto cominciò a malignare, con palese compiacimento, circa il contenuto di certe intercettazioni telefoniche riguardanti a suo dire il premier Berlusconi, sulle quali vari organi di stampa avevano ricamato all'epoca della vicenda D'Addario, salvo poi smentirsi. Il presidente della seconda sezione penale della Cassazione dava segno di conoscerne a fondo il contenuto, come se le avesse ascoltate. Si soffermò sulle presunte e specialissime doti erotiche che due deputate del Pdl, delle quali fece nome e cognome, avrebbero dispiegato con l'allora presidente del Consiglio. A sentire l'eminente magistrato, nella registrazione il Cavaliere avrebbe persino assegnato un punteggio alle amanti. «E indovini chi delle due vince la gara?», mi chiese retoricamente Esposito. Siccome non potevo né volevo replicare, si diede da solo la risposta: «La (omissis), caro mio! Chi l'avrebbe mai detto?».

Io e un altro commensale, che sedeva alla sinistra del giudice della Cassazione, ci guardavamo increduli, sbigottiti. Ho rintracciato questa persona per essere certo che la memoria non mi giocasse brutti scherzi. Trattasi di uno stimato funzionario dello Stato, collocato in pensione pochi giorni fa. Non solo mi ha confermato che ricordavo bene, ma era ancora nauseato da quello sconcertante episodio. Per maggior sicurezza, ho interpellato un altro dei presenti a quella serata. Mi ha specificato che analoghe affermazioni su Berlusconi, reputato «un grande corruttore» e «il genio del male», le aveva udite dalla viva voce del giudice Esposito prima della consegna del premio.
Non era ancora finita. Sempre lì, al ristorante del Due Torri, il giudice Esposito mi rivelò quale sarebbe stato il verdetto definitivo che egli avrebbe pronunciato a carico della teleimbonitrice Vanna Marchi, la quale pareva stargli particolarmente sui didimi: «Colpevole» (traduco in forma elegante, perché il commento del magistrato suonava assai più colorito). Infatti, meno di 48 ore dopo, un lancio dell'Ansa annunciava da Roma: «Gli amuleti non hanno salvato Vanna Marchi dalla condanna definitiva a 9 anni e 6 mesi di reclusione emessa dalla seconda sezione penale della Cassazione». Incredibile: la Suprema Corte, recependo in pieno quanto confidatomi due giorni prima da Esposito, aveva accolto la tesi accusatoria del sostituto procuratore generale Antonello Mura, lo stesso che l'altrieri ha chiesto e ottenuto la condanna per Berlusconi. Ma si può rivelare a degli sconosciuti, durante un allegro convivio, quale sarà l'esito di un processo e, con esso, la sorte di un cittadino che dovrebbe essere definita, teoricamente, solo nel chiuso di una camera di consiglio?

Capisco che tutto ciò, pur supportato da conferme testimoniali che sono pronto a esibire in qualsiasi sede, scritto oggi sul Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi possa lasciare perplessi. Ma, a parte che non mi pareva onesto influenzare i giudici della Suprema Corte alla vigilia dell'udienza, v'è da considerare un fatto dirimente: alcuni dettagli dell'avventura che m'è capitata a marzo del 2009 li avevo riferiti nel mio libro Visti da lontano (Marsilio), uscito nel settembre 2011, dunque in tempi non sospetti, considerato che la sentenza di primo grado a carico di Berlusconi è arrivata più di un anno dopo, il 26 ottobre 2012, ed è stata confermata dalla Corte d'appello l'8 maggio scorso. Senza contare che il collegio dei giudici di Cassazione che ha deliberato sul processo Mediaset è stato istituito con criteri casuali solo di recente.
A pagina 52 di Visti da lontano, parlando di Imposimato (che non ha mai smentito le circostanze da me narrate), scrivevo: «Una sera andai a cena con lui dopo aver presentato un suo libro. Debbo riconoscere che sfoderò un'affabilità avvolgente, nonostante le critiche che gli avevo rivolto. Era accompagnato dal presidente di una sezione penale della Cassazione sommariamente abbigliato (cravatta impataccata, scarpe da jogging, camicia sbottonata sul ventre che lasciava intravedere la canottiera). Il quale, forse un po' brillo, mi anticipò lì a tavola, fra una portata e l'altra, quale sarebbe stato il verdetto del terzo grado di giudizio che poi effettivamente emise nei giorni seguenti a carico di una turlupinatrice di fama nazionale. Da rimanere trasecolati».
Allora concessi al mio occasionale interlocutore togato una misericordiosa attenuante: quella d'aver ecceduto con l'Amarone. Da giovedì sera mi sono invece convinto che, mentre a cena sproloquiava su Silvio Berlusconi e Vanna Marchi, era assolutamente lucido nei suoi propositi. Fin troppo.

Silvio Berlusconi
RA N.45/020813

"In cambio dell’impegno che ho profuso nel corso di quasi vent’anni a favore del mio Paese, giunto ormai quasi al termine della mia vita attiva, ricevo in premio delle accuse e una sentenza fondata sul nulla assoluto, che mi toglie addirittura la mia libertà personale e i miei diritti politici".

Stanco, a tratti commosso ma mai domo. Il Cavaliere non molla. Silvio Berlusconi, a poche ore dalla sentenza che ha confermato la condanna per i diritti Mediaset, è tornato in scena con un videomessaggio. Un pezzo della storia d'Italia, un brano che non avremmo mai voluto leggere, che irrompe direttamente sugli schermi della televisione. 

Il tono è grave e l'emozione si vede. "La sentenza mi rende sempre più convinto che una parte della magistratura sia un soggetto irresponsabile, una variabile incontrollabile, con magistrati non eletti dal popolo, che è assurta a vero e proprio potere dello Stato che condizionato permanentemente la vita politica. Questo nuovo ed illimitato potere dello Stato ha condizionato permanentemente la vita politica italiana, dalle inchieste di Tangentopoli fino ad oggi", attacca Berlusconi. Rabbia e sgomento, ma anche la voglia di andare avanti. Di non mollare, nemmeno davanti alla privazione della propria libertà. 

"Dal ‘92 al ‘93 il corso della vita politica - ricorda Berlusconi - è stato letteralmente condizionato dall'azione fuorviante di una parte della magistratura che ha preteso di assurgere ad un ruolo di rinnovamento morale in nome di una presunta rivoluzione etica, mettendo fuori gioco, con i loro leaders, i 5 partiti democratici che avevano governato l'Italia per oltre mezzo secolo e che, nonostante alcune ombre, avevano comunque assicurato il benessere e difeso la libertà e la democrazia dalla minaccia del comunismo. Si credeva così di aver assicurato alla sinistra la presa e il mantenimento definitivo del potere. Ma uno sconosciuto signore, certo Silvio Berlusconi, scese in campo per contrastare il passo al partito comunista e in due mesi vinse le elezioni ottenendo il governo del Paese. Da quel momento si scatenò contro di lui una azione ininterrotta della magistratura che nel '94 fece cadere il governo, tramite un'accusa di corruzione cui seguì una assoluzione con formula piena, una azione che si sviluppò poi con oltre 50 processi di cui 41 conclusi senza essere riusciti a raggiungere una condanna". 

"Quanto accaduto alla mia persona nessuno può comprenderlo: c’è stata una vera e propria violenza incredibile con accuse in processi senza alcun fondamento. In realtà c’è stato un accanimento giudiziario senza pari che non ha uguale da quando ho deciso occuparmi della cosa pubblica".  

C'è amarezza nelle parole di Berlusconi. La consapevolezza di essere stato il bersaglio privilegiato di una serie infinita di attacchi. "In cambio dell’impegno che ho profuso nel corso di quasi vent’anni a favore del mio Paese, giunto ormai quasi al termine della mia vita attiva, ricevo in premio delle accuse e una sentenza fondata sul nulla assoluto, che mi toglie addirittura la mia libertà personale e i miei diritti politici".

Poi l'orgoglio di aver costruito un impero imprenditoriale. E la certezza di essere innocente."Io non mai stato socio occulto di alcuno, non ho ideato mai un sistema di frode fiscale, non esiste una falsa fattura, né un fondo occulto che riguardi me e la mia famiglia. Viviamo in un Paese in cui la maggior parte dei crimini non vengono perseguiti. Io sono fiero di aver creato con le mie sole capacità un gruppo imprenditoriale avendo l’orgoglio di non aver mai licenziato uno solo dei miei collaboratori. Sono fiero di aver contributo alla ricchezza del Paese, versando allo Stato miliardi e miliardi di euro di imposte ed offrendo con le mie televisioni non solo uno strumento di crescita per le aziende italiane, ma anche una maggiore libertà e pluralità al mondo dell`informazione".

Ma non c'è solo il ricordo di un ventennio passato in trincea. C'è la voglia di riscatto. "Dobbiamo continuare la nostra battaglia di libertà restando in campo e chiamando a raccolta i giovani migliori e le energia migliori". Nel momento più difficile, chiama a raccolta il suo popolo. Chi pensava di mettere la parola fine alla lunga carriera di Berlusconi è, ancora una volta, deluso. "Diremo agli italiani di darci la maggioranza per modernizzare il Paese a partire dalla più indispensabile che è quella della giustizia per evitare che un cittadino sia privato della libertà". Non è finita.