Nel Paese persiste la politica degli egoismi e delle ideologie, si è in presenza di politica tossica per le libertà e per la democrazia, capace di generare danno esistenziale nei cittadini esposti. Da qui la necessità di un progetto di politica alternativa per la tutela del benessere comune.

 

C. Zapperi – Corriere della sera, 131117
N.403/171117

I cinque temi che dividono il Pd di Renzi e la sinistra … la distanza è notevole.

 

La leadership – Dalla direzione del Pd di lunedì p.v. ci si attende un discorso di Matteo Renzi improntato all’apertura verso le altre forze di sinistra. Un discorso in cui vengano messi sul piatto alcuni temi attorno ai quali costruire un’alleanza (tecnica se non politica) in vista delle elezioni della primavera prossima. Ma non sarà un esercizio semplice perché su molti temi centrali del dibattito le distanze sono molto marcate. A partire dalla scelta del candidato premier. Renzi, forte dello statuto del Pd che prevede che il segretario sia automaticamente il portabandiera alle elezioni, ritiene di essere la scelta naturale (anche se a giorni alterni dà segni di disponibilità a fare un passo indietro). D’altro canto, per tutti i possibili alleati, da Mdp a Campo progressista, un solo dato è certo: Renzi non può essere il candidato premier. Troppo divisivo e soprattutto troppo identificabile con le scelte politiche degli ultimi anni che le forze a sinistra del Pd vedono come il fumo negli occhi.
Il jobs act – Ma il tema di maggiore frizione è quello relativo alla riforma del contratto di lavoro che Renzi considera uno dei risultati più brillanti della sua esperienza alla guida del governo nazionale. Per Mdp, campo progressista, Sinistra italiana e Possibile, invece, un primo vero segno di discontinuità, richiesta per poter avviare un percorso comune, sarebbe l’abbandono del jobs act e un ritorno al vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Su un intervento di modifica insistono anche le minoranze interne del Pd.
La politica migratoria – Anche sulla gestione dei flussi migratorie le posizioni sono tutt’altro che allineate. Da un lato, c’è il giro di vite imposto dal ministro degli Interni Marco Minniti che ha raccolto consensi anche al di fuori dello schieramento di centrosinistra. Dall’altro, ci sono le critiche di vari mondi (quello di sinistra ma anche di Emma Bonino) su una politica ritenuta troppo dura, molto rivolta a mostrare i muscoli e poco attenta ai diritti umani.
La politica economica – Sulla gestione del bilancio dello Stato, l’ultimo affondo è stato quello della presidente della Camera Laura Boldrini, che ha tuonato contro una politica troppo incentrata sui bonus a pioggia e sugli sgravi a tempo. Le forze di sinistra chiedono una virata robusta dell’impostazione governativa a favore di interventi sui ceti più deboli, più tasse per i ricchi, investimenti pubblici in grandi opere.
La scuola – Il governo Renzi vanta la paternità della riforma della cosiddetta «buona scuola». Un intervento che lo stesso segretario del Pd in varie circostanze ha definito «non perfettamente riuscita». Quello della scuola è un tema caldo nel rapporto tra le diverse anime del centrosinistra. E anche in questo caso Mdp e gli altri possibili partner indicano come condizione per andare avanti insieme una più o meno radicale sconfessione di quella riforma.