Nel Paese persiste la politica degli egoismi e delle ideologie, si è in presenza di politica tossica per le libertà e per la democrazia, capace di generare danno esistenziale nei cittadini esposti. Da qui la necessità di un progetto di politica alternativa per la tutela del benessere comune.

 

Selezione - A. Bassi, 081117
N.402/091117


Di martedì – nel salotto di Giovanni Floris – Matteo Renzi, il noto ciarlatano fiorentino, ci ha aperto la porta del suo cuore.

L’ex premier, orfano di Luigi Di Maio, ha confessato che dopo la bruciante sconfitta del referendum costituzionale, coerentemente con quanto promesso, voleva andarsene. Lasciare la politica. Il suo proposito era fermo, solido come la quercia della sua parola. Poi arrivò una mail. Sì, una mail, che lo supplicava di restare. Quindi un’altra. E un’altra ancora. Ventiseimila mail che lo imploravano di non mollare. Così ha ceduto. Ha capito che voler mantenere la parola data contro i desideri dei cittadini sarebbe stata una dimostrazione di protervia, un gelido formalismo sordo al richiamo della gente. E si è risolto ad ascoltare.
Calpestando il suo orgoglio è rimasto, per il bene dell’Italia. Ma l’Italia non è forse stanca e delusa come ha sottolineato Pietro Grasso? – domanda Floris. «Io vedo tanta bella gente», la profonda e accorata risposta del fiorentino. Se fossi un meschino demagogo suggerirei al segretario di leggere anche le mail che lo invitano a levarsi dai coglioni e poi far di conto, ma non sottilizziamo, l’eroico gesto di abnegazione rimane.
Passiamo piuttosto a un tema meno struggente: il Monte dei Paschi di Siena. Un pestifero Massimo Giannini pungola il Segretario: «Lei aveva detto che MPS era un affare». «Non è vero, non faccia delle fake news (notizie giornalistiche false)», la presta risposta del leader. Allora andiamo a cercare la dichiarazione di Renzi del 22 gennaio 2016 e troviamo una testata che di affari se ne intende, il Sole 24 Ore:
«Oggi la banca è risanata, e investire è un affare. Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell’affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata, è un bel brand. Forse in questo processo che durerà qualche mese deve trovare dei partner perché deve stare insieme ad altri».
Riportiamo dal Fatto Quotidiano del 6 novembre, che a sua volta raccontava l’intervista rilasciata da Renzi a Minoli: «Il 22 gennaio lei diceva che la banca era risanata e che investire era un affare», fa notare al presidente del Consiglio il conduttore Giovanni Minoli:
«Lo penso tutt’ora – risponde senza esitazione il premier – e credo che se ci sia un investitore italiano o straniero che voglia investire nella banca sia un affare».
Persuasi dalla cogenza trionfalistica della verità, ascoltiamo l’ultimo vaticinio del suo glorioso messo:
«Scommetto che alla fine della fiera, dopo le elezioni, il Pd sarà il primo gruppo parlamentare e che il centrodestra si spaccherà il giorno dopo». […] Dovendo scegliere tra Berlusconi e Grillo, gli italiani sceglieranno tutta la vita il Pd. Ecco perché credo che prenderemo il 40%».